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In Poesie

Identità minerali – Lorella De Bon

Poesie

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Scrivere la prefazione di un libro di poesie è un lavoro ingrato, poiché se il libro è bello, rischi di non essere all’altezza del compito – come credo sia io mentre scrivo questa prefazione.

Lorella De Bon è una scrittrice versatile, che riesce a carpire l’emozione del lettore sia con la sua prosa che con i suoi versi.
La sua sensibilità parla al lettore di oggi come a quello di domani.

Se il Tempo è giudice spietato con i mediocri, è invece molto generoso con i veri talenti, dei quali valorizza l’opera.
La poesia di Lorella infatti appartiene sicuramente al futuro.
Nell’era dei social, la poesia sta soffrendo una vera crisi; la modernità sta cercando di ucciderla, con un mi piace e un finto sorriso, dando credito a scritti estemporanei, rendendo la vita difficile al vero talento; che non ha grande successo sui social, dove persino Ungaretti e Montale non sarebbero stati notati, pur essendo due giganti.
Ma nella lotta contro il tempo, pur se si difende a mani nude, la vera poesia sopravvive, arriva al lettore del futuro, nonostante gli algoritmi che esaltano la mediocrità.

Lorella De Bon è poetessa come nella letteratura italiana se ne sono viste nel passato e come se ne vedono ben poche nel presente.
È un felice connubio tra Giuseppe Ungaretti e Alda Merini, entrambi a lei cari, con i quali ha affinità e dai quali si distingue allo stesso tempo, esprimendo la sua vera e autentica voce.

Il suo mondo è popolato di ricordi che rimbalzano all’improvviso:

“I ricordi hanno bordi affilati
e non risparmiano nessuno,
nemmeno i morti”.

Come poetessa è un esiliato d’eccellenza, seduto sul bordo di un pozzo interiore a pescare i suoi versi, così universali, che parlano a tutti perché usano il linguaggio dell’anima.

“Mai come adesso desidero
un esilio perpetuo sopra
una spiaggia di luce”.

Lei sente il suo corpo come prigione dell’anima. È questa condizione naturale del poeta, prigioniero pronto alla fuga.

“Sopravvivo a questo corpo
dentro una prigione senza sbarre”.

La sua poesia è costellata di cicatrici, un nuovo firmamento nel cielo dell’anima.
“Siamo variazioni sul tema unico
della vita, esseri fragili che spiano
fuori dalle proprie ferite”.

Il suo è un continuo tentativo di tradurre le voci della realtà che la circonda:

“Capire la forma d’una conchiglia
mi farà comprendere la voce
delle stelle”.

Nella sua poesia il silenzio nasconde un altro silenzio, come una matrioska che in ultimo nasconde il dolore, lacerante, dell’essere.
La poesia è quel poco che tiene in vita il poeta, il quale ci ricambia con l’abbondanza delle emozioni.

L’inciampo, il singhiozzo, il silenzio, una crepa nel muro sono le stigmate del poeta che ci invita a toccare con mano il mistero della parola che si fa verso.

E poi l’autunno che si trasforma nell’autunno della vita.

“È una sola foglia che cade
a imbastire l’autunno”.

“Nella stagione del taglio
anche gli alberi abbandonano
la speranza”.

La sua poesia è però anche illuminata dalla luce in tutte le sue inclinazioni. Un sole basso illumina la vita che volge al termine.
È al crepuscolo che si aprono le porte del mistero, è allora che si proietta più lunga l’ombra del nulla che ci accompagna.

“L’inclinazione della luce in autunno
è la stessa del mio corpo adesso…
Indolore il taglio”.

Con la sua poesia Lorella ci invita a guardare il futuro, a scorgere le stelle

“Il cielo non ha clemenza
per chi guarda a terra”.

Ancora ci invita ad osservare le stelle cadenti nei cieli della sera, ad ammirare i sogni del poeta per comprendere meglio la linea della vita.

“Le linee della mano,
forse, sono iscrizioni neolitiche…
Forse, anche loro mi vedono…
nella mia larga attesa di pace”.

Con la sua poesia ci ricorda la sostanza di fango con cui è fatto l’uomo, ma anche la materia sentimentale usata da un dio poeta.
Esprime la consapevolezza di essere polvere oppure un granello di sabbia nella clessidra della vita.
“Ai granelli di sabbia
non è ammesso
barare, saltare
la coda nella
clessidra”.

Non rimane altro che ringraziare il poeta per il suo generoso dono.

Çlirim Muça